Guerra di potere a Kiev: Zelensky-Zaluzhny, ora la rottura è totale

Fumata nera. La stavka, il vertice convocato ieri dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, non ha licenziato il capo delle forze armate Valery Zaluzhny, come pronosticato da deputati e giornalisti ucraini in ordine sparso. Ma è solo questione di tempo: il Washington Post rivela che Zelensky ha già avvertito la Casa Bianca. La notizia ufficiosa era stata diffusa lunedì e subito smentita: «Non c’è nessun decreto». Ma non hanno smentito né l’intenzione né la decisione. Era stata comunicata allo stesso Zaluzhny, convocato in via Bankova col ministro della Difesa Umerov.

Le ricostruzioni spifferate ad arte sui social contenevano già i dettagli: il rifiuto di Zaluzhny di accettare incarichi di secondo piano, e i nomi dei possibili successori: il capo dei servizi segreti militari Budanov, il presidente del Comitato sicurezza Danilov e il generale Syrsky, capo delle forze di terra. Ma hanno declinato. Per questo il presidente non ha ancora firmato il decreto. E l’incertezza aumenta la tensione.

L’intervento di ieri alla Cnn di Zaluzhny — nuovamente critico sulla gestione politica del conflitto — era suonato come «lo schiaffo finale», il guanto di sfida in faccia al presidente che aveva già criticato sull’Economist. L’ufficio presidenziale lo lavorava ai fianchi per imputargli il fallimento della controffensiva, lui reagì affibbiando la colpa alle strategie sbagliate della Presidenza: al fallimento della mobilitazione per aver licenziato i capi dei distretti militari, accusati di corruzione.

La replica di via Bankova fu feroce: non solo gli dissero che da un soldato ci si aspetta che taccia e combatta, non che parli alla stampa. Ma gli licenziarono direttamente i generali più fedeli e strategici, come il capo delle operazioni speciali Viktor Khorenko. Senza contare «l’incidente» del maggiore Gennady Chastyakov, suo stretto assistente e «intimo amico», morto giocherellando con il regalo di compleanno dei colleghi: bombe a mano confezionate come bicchieri col suo Whisky preferito.

Alla stavka il presidente «discuterà il cambiamento di una parte significativa della leadership militare, compreso Zaluzhny», prevedeva Yuriy Butusov, direttore di Censor.net. Invece «abbiamo parlato di droni — scrive Zelensky su Telegram — e proiettili; di situazione al fronte, particolarmente difficile ad Avdiivka; ampliamento delle fortificazioni ed energia. Grazie ai nostri soldati: la stabilità dello Stato e dei suoi sistemi è un prerequisito per la forza dell’Ucraina».

Parole sante. Ma sono quelle non pronunciate a far traballare il tavolo. Non arriva il licenziamento ufficiale, ma neppure chiarezza su come e quando passerà ai fatti. E su cosa succederà dopo. Ancora ieri il cerchio magico di Zelensky alzava il fumo: «Non esiste alcun documento sulle dimissioni: finché non se ne sarà andato non cavalcate le onde, destabilizza notevolmente l’esercito», diceva Danilov.

Il rapporto tra il Presidente e il Generale è un matrimonio d’interesse finito da un pezzo; un amore mai nato intorno a una parabola comune: un presidente in crisi di popolarità, un generale di secondo piano solido ma defilato, resi famosi e amati dalla guerra. Due stelle nate insieme, ma già ad aprile 2022 erano scintille. I russi cacciati dai dintorni di Kiev, il generale apre un Fondo per l’esercito, Bankova teme «che Valery abbia preso la strada sbagliata» dell’ambizione politica. Zelensky smentisce i dissidi, ma i sondaggi dicono che il sostegno delle forze armate è più alto del suo: 98% contro 93%.

«La vittoria può avere un solo padre», dissero i suoi uomini a Rbc. Da allora, lo scontro non ha fatto che salire di intensità insieme alla popolarità del generale e al calo di quella di Zelensky. Decisioni autonome non autorizzate da Bankova, inevitabili conflitti nella spartizione dei compiti, che era premessa per andare d’accordo: al generale la guerra sul campo, al presidente la raccolta degli aiuti e l’esposizione mediatica. Nella resistenza all’Azovstal di Mariupol, nella difesa a oltranza di Bakhmut, il generale dovette obbedire agli ordini del presidente.

La situazione è precipitata col fallimento della controffensiva e l’ostinazione di Zelensky a promettere vittoria assoluta. Un sondaggio ufficioso che Repubblica ha consultato sancisce il sorpasso: Zaluzhny otterrebbe più voti. La guerra è in una fase in cui è più il rischio di perdere terreno che la speranza di conquistarne. Il presidente ha fatto votare una legge che gli impedisce di trattare col «criminale di guerra» Putin, e le promesse agli ucraini gli rendono impervia la strada negoziale verso cui premono gli alleati. Poi c’è il guaio della mobilitazione, necessaria quanto impopolare. Quando licenzierà Zaluznhy tutto questo minerà il suo futuro politico. Ma se fa un passo indietro perde comunque.

Ritardare la mossa all’infinito? Rischia una tempesta politica. Ma cosa succede se rimuove l’uomo più amato? Il morale dei soldati reggerà? E come reagiranno i colonnelli fedeli? «Non vedo un rischio golpe — dice il politologo Ruslan Bortnik — ma il conflitto continuerà a crescere. Useranno Zaluzhny come rompighiaccio per frantumare il potere dell’Ufficio presidenziale. Il potere di Zelensky è grande, ma è basato sulla maggioranza in Parlamento. Se non c’è più e si ricompatta su un altro…».

Nell’immagine: il presidente Volodymyr Zelensky con Valery Zaluzhny

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